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UN LAMENTO PER IL SUD La musica è stata la naturale vocazione, cui si sono affiancate passione e competenza. La poesia si è rivelata il linguaggio preferito, cui è stata riservata ogni attenzione umana ed artistica. Ecco il ritratto minimo di Franco Nico, ad un tempo chansonnier melodico e moderno, amante della tradizione eppure pronto ad ascoltare le innovazioni, a testare gli esperimenti. A dare voce a grandi e piccoli uomini. Così il suo teatro, il Sancarluccio, – autentica bomboniera nella Napoli di via dei Mille per capienza e proposte di spettacolo - da sempre considerato, insieme alla sua compagna di vita e d’arte Pina Cipriani, il terzo figlio e come tale oggetto di ogni attenzione e premura. Ho conosciuto questa rara virtù più di trent’anni fa, allorquando in un agosto capriccioso, uno di quelli che conclama, per adagio popolare, l’inverno a Nusco, la Compagnia di Bentornato mandolino propose nella sala parrocchiale, bissandolo, lo spettacolo “Jesce sole” patrocinato dalla Regione Campania. Questa circostanza, stante la casuale scoperta di avere progenitori irpini e nuscani, fu per Franco Nico il collante per un sodalizio ispirativo, civico ed artistico con l’Irpinia e con la mia produzione, rafforzato nel tempo. Nusco era diventata il desiderato approdo non solo alla terra madre ma alla lingua degli avi, cui l’antenato Agostino Astrominica aveva dato dignità poetica e letteraria con la pubblicazione di “Nuscu paesu miu”. Lo spettacolo-documento prodotto, intitolato dalla Compagnia del Sancarluccio “Irpinia, oj terra mia chhiu cara”, era poi migrato con miei testi in “L’ulivo e l’arancio”, la cui prima conobbe le vicissitudini della paura e del dolore del 23 novembre ’80, per essere poi definitivamente trasferito ne “Il Sud non è forse…” presentato alla Biennale di Venezia nel 1982. Un mix di altre voci, per ulteriori innesti: cilentani (Liuccio) e calabresi (Napolillo). Una parentesi metropolitana con RO-NA ovvero un viaggio nel ventre e nella voce di Roma e Napoli, con la riproposta delle canzoni più significative della storia musicale delle due città. Poi l’attenzione alla produzione lirica di Totò, quindi a quella di Eduardo per un lavoro di scandaglio e di recupero della cultura e della identità di Napoli, necessarie nella rivisitazione di riflessioni e meriti per i due straordinari artisti e la loro città. Ma l’amore di sempre, quel tarlo erosivo, derivante da una grande sensibilità che si coniugava con il meridionalismo reale e fondato sulla ragione di Franco Compasso, invogliava Franco Nico a guardare al Mezzogiorno e al Mediterraneo. Nasceva poco più tardi il recital “Mediterraneo” con poesie di Alfonso Gatto, di Nazim Hikmet, Luigi Incoronato, Giusepe Liuccio, Peppe Lanzetta. La molla – come Franco aveva detto pubblicamente e pubblicato nella brochure del CD “Mediterraneo”- era scattata dalla lettura della mia plaquette “Digressioni di un aedo” in cui aveva trovato il tema per un recital a più voci, anticipandone con la chitarra alcune ballate nella comune “Madre” Nusco. Uno sguardo interessato alla poesia d’autore, ai Nobel Quasimodo e Montale, e nasceva con nuovo rapimento ed incanto il recital “Il canto vero della poesia”. Franco, misurandosi sui testi dei poeti consacrati, poteva dare sfogo a creatività estro fantasia, qualità che gli permettevano di affrontare ogni sfida. Erano le scuole le prime destinatarie del suo messaggio e i giovani i fruitori di quel bene, che per lui era pane di scienza e di vita. Lo spettacolo destinato agli studenti era ad un tempo un aspetto ludico ma anche didattico. Franco credeva nel linguaggio della musica, nella sua immediatezza ed universalità, ecco perché chiedeva ai giovani un minimo di attenzione e di partecipazione. Ancora una fiammata meridionalista segnava il suo amore manifesto per la poesia di Rocco Scotellaro. Nel cinquantenario della morte (15 dicembre 2003) apriva le porte del Sancarluccio alla città per farla partecipe di altri avvenimenti che si sarebbero incrociati con il discorso delle zone interne della Campania. Vi affiancava una pattuglia di irpini (La Penna, Stiso, Martiniello, Saggese e ancora due mie ballate) e il cilentano Liuccio. Con quest’ultimo si era instaurato un forte sodalizio, che avrebbe generato il recital “Chesta è la terra mia” e il cd “Le canzoni di Amalfi”, lavori pregni di coste e costole ovvero terra e uomini nel loro rapporto congenito in continuo divenire. Franco, manager atipico votato all’arte, aspetto a lui congeniale e significativo nella lunga attività di musicista (Gaber, Modugno, Villa, Carrà), coltivava la poesia campana e meridionale e i suoi scrittori senza nulla chiedere. Chansonnier, garbatamente guascone e bohemien, se ne è andato tragicamente una sera di novembre nella galleria Vittoria di Napoli. Ci lascia un’eredità di ricordi e di impegni da onorare. In primo luogo la poesia di ogni dove, indicativa di genti e culture diverse, che incarnano in girotondo la ballata del “Mediterraneo”, da te definita di “sconcertante attualità”. Ma oggi non occorrono vele per rincorrere barche e gommoni. Servono la chitarra e una voce sommessa per intonare un “Lamento per il Sud”. Quel canto non ha le solite note conosciute ma è un trhenos, dedicato con voce tremula e commossa alla scomparsa di Franco. Oggi è tutto nostro il lamento del Sud. Peppino Iuliano |
FRANCO NICO
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E’ venuto a mancare Franco Nico, morto, in un tragico incidente stradale, sotto la Galleria Vittoria a Napoli. Con lui se ne va un pezzo di Napoli, e non solo, un artista poliedrico: operatore culturale, impresario teatrale (la “sua” creatura”, il San Carluccio nel quartiere di Chiaia, sta a testimoniarlo), musicista dotato di straordinaria sensibilità creativa, amante della buona letteratura ed amico dei poeti.
Caro Franco,
attaccai la cornetta al termine di una drammatica ed agghiacciante telefonata con tuo figlio Egidio e, per un insopprimibile impulso interiore e con una comprensibile velatura di pianto, canticchiai a più riprese “Chesta è la terra mia” e “Popule meus”, due delle tue più belle composizioni con cui avevi rivestito di melodia le mie poesie. Lo feci per un bisogno di riaffermare il trionfo della vita sulla morte e l’eternità dell’arte, che osa oltre lo spazio ed il tempo terreni. Poi si azionò la moviola della memoria ad illuminare, ad intermittenza, fotogrammi di 30 anni di vita. Ti conobbi a Roma, al “mio” Teatro Tordinona, dove, nel 1980, mettevi in scena “Il principe Antonio De Curtis in arte Totò”, con Pina tua compagna di vita e di arte, che la faceva da regina con la voce che da sola valeva una intera orchestra. Scoppiò immediata e spontanea la simpatia, che si irrobustì in amicizia fraterna e leale e generò un “sodalizio” di collaborazione con frutti pastosi nel segno della sinergia musica/poesia. Ed io sono diventato il tuo poeta e tu il mio musicista fino a qualche giorno prima della tragedia, quando telefonicamente mi accennavi, con l’entusiasmo di sempre, ai motivi ad esaltazione di alcuni versi tratti dalla mia ultima raccolta in dialetto cilentano “Me manca lo paese”. E sono riandato con la memoria ai tanti successi che ci hanno visti in giro per l’Italia e per l’Europa, zingari di sogni, a dare carne di voce al grido di speranza delle nostre terre del Sud, con i versi miei, certamente, ma soprattutto con quelli dei grandi Totò ed Eduardo, Quasimodo e Montale, Gatto e Scotellaro e dei comuni amici Palomma e Iuliano. E ti ho rivisto accendere fuochi di cultura nella tua Napoli, che con te non è stata sempre generosa, e dal tuo teatro, in scorribande allegre per il “mio” Cilento, dove, nelle piazze affollate, Pina fecondava di entusiasmo i cuori della gente, nella cornice straordinariamente bella della Costa di Amalfi, nella malia dei colori e dei profumi, intonare con un filo di voce la tenera e struggente “Tenive l’uocchi ‘e cielo”, nella verde Irpinia, dove ci accoglieva Peppino Iuliano con il cuore di poeta caldo di amicizia e generoso di ospitalità. E mi risuona ancora negli orecchi e mi perfora il cuore la tua risata fragorosa di simpatico guascone innamorato della vita. Ora la tua voce tace, il cuore ha cessato di pulsare emozioni, il sangue si è ossificato nelle vene. Ed io sono qui a balbettare il mio vocabolario di dolore, a sillabarti il mio dono di parole, l’unico di cui dispone ed è capace un poeta. E ti figuro nell’invisibile dell’aldilà, dove, se c’è un teatro, tu di certo ne occupi il proscenio con la tua “compagna” chitarra a cantare Napoli e la Costiera, il Cilento e l’Irpinia con spettatori di eccezione: la maschera dinoccolata di Totò, la smorfia amara di Eduardo, le pause malinconiche di Massimo Troisi. Conservami un posto. Io continuerò a scrivere versi e te li porterò, prima o poi, e continueremo insieme l’avventura creativa per l’eternità. Ciao, Amico e Maestro di sogni e di poesia.
Peppino Liuccio
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Non potremo mai esprimere in modo adeguato la nostra gratitudine nei confronti di Franco Nico, uomo generoso, artista di talento, voce e anima di una Napoli nobile e di un Sud nobile, che sembra oggi ancora più lontano perché appartenente al passato. Vi saranno altri modi per ricordarlo, altri modi per celebrare i meriti straordinari che egli ha conquistato sul campo, per tanti anni, dando voce a tanti autori straordinari che non sempre hanno avuto voce. Vorrei, in questo caso, ricordare brevemente soltanto i meriti che ha conseguito quale cantore dei poeti d’Irpinia, sin dall’amato Agostino Astrominica, il poeta dialettale di Nusco cantato in “Irpinia, oj terra mia cchiu cara”. Inizia, d’altra parte, proprio da questo spettacolo-documento la scelta di Franco Nico di musicare i poeti. Nella trilogia che seguirà con “L’Ulivo e l’Arancio” ed “Il Sud non è forse…” (replicato anche alla Biennale di Venezia nell’82) Franco Nico musica le poesie ancora di Agostino Astrominica (suo antenato di Nusco), di Giuseppe Liuccio e di Giuseppe Iuliano. “Irpinia,oj terra mia cchiù cara” diventa anche un Album registrato dalla Fonit-Cetra. Dopo aver musicato tanti grandi della poesia, da Montale a Quasimodo a Totò a Edoardo, nel 2001 Franco Nico raccoglie in un Recital d’Autore ed nel CD “Mediterraneo” le poesie che ha musicato e che egli stesso canta di Alfonso Gatto, Nazim Hikmet, Luigi Incoronato, Giuseppe Liuccio, Peppe Lanzetta, e dunque ancora una volta dell’irpino Giuseppe Iuliano. Inoltre, nel 2003, avendo musicato sei poesie di Rocco Scotellaro, musica anche quelle in lingua dei poeti del Sud, ancora i versi di Giuseppe Liuccio e di Giuseppe Iuliano e poi quelli di Antonio La Penna, Pasquale Stiso, Pasquale Martiniello e Giuseppe Saggese e ne fa un Recital che oltre al Sancarluccio porta al “Primo Festival della poesia del Sud” che si svolge a Nusco nel settembre del 2005. Per me è stato questo Recital motivo di triplice orgoglio. Per prima cosa, perché fu un omaggio straordinario alla poesia d’Irpinia e alla nostra intuizione di trovare in Rocco Scotellaro il padre della poesia meridionalista irpina. Inoltre, mi inorgogliva il fatto che il Recital fosse nato per impulso della nostra prima raccolta di “Poeti del Sud” edita da Elio Sellino. In fine, ma non per ultimo, in quel recital vi era un omaggio straordinario ad una poesia di mio padre, “Madre del Sud”. Confesso che ho tante volte pianto ascoltandola e ancor prima leggendola. Confesso che la prima volta che l’ho ascoltata, a Bisaccia, l’8 dicembre 2003, e poi al Sancarluccio, il 15 dicembre dello stesso anno, in occasione del cinquantesimo anniversario della morte di Rocco Scotellaro, ho provato un’emozione straordinaria, per la bellezza dell’esecuzione, e dunque perché mi pareva di aver ridato voce per un giorno al mio caro padre. Solo in seguito ho collocato quell’esperienza in una più giusta dimensione storica, perché ho riflettuto sull’importanza che quello spettacolo ha avuto, perché è servito non poco a portare la poesia Irpinia al di fuori dei confini provinciali, a Napoli, in tutta Italia. Del resto, Franco Nico e Pina Cipriani hanno in tante occasioni ospitato i poeti e le poetesse d’Irpinia, e da quest’anno il Sancarluccio era divenuto coorganizzatore insieme al Centro di documentazione del “Festival della Poesia dei Paesi del Mediterraneo”. Dunque, non so come potermi sdebitare per l’amicizia nei nostri confronti e per il contributo alla poesia che Franco ha dato. Solo adesso comprendo l’utopia che lo spingeva ad essere quello che era, solo adesso comprendo quanto ci legasse la convinzione che la poesia possa essere patrimonio di tutti. Ha scritto opportunamente Umberto Eco: “È errore moderno credere che la poesia sia cosa per intellettuali raffinati: è la più popolare delle arti, ed è nata per essere recitata a voce alta e mandata a memoria, altrimenti ditemi voi perché mai avrebbe dovuto usare artifici mnemotecnici come il piede, il metro o la rima”. Franco Nio era convinto di tutto ciò. E a noi oggi rimarrà molto. Ci rimarrà sempre, ad esempio, il ricordo di questo aedo che nell’ingresso del Sancarluccio, il 17 novembre 2008, improvvisò per la gioia dei presenti il canto di “Lamento per il Sud” di Quasimodo e di “Riviere” di Montale. Quelle note e quelle parole che ci trasportarono nel mito della poesia e ci diedero così tanto sollievo, ci accompagneranno per sempre. Paolo Saggese
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Gli articoli sono tratti da ALTIRPINIA n. 23-24 del 31
dicembre 2008 - Anno XXXIV |
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