CENTRO DI DOCUMENTAZIONE SULLA POESIA DEL SUD

 

L’EREDITÁ DI ROCCO SCOTELLARO

Nusco, nell’Alta Irpinia, vanta storia nobile, di cui restano tracce nelle chiese e nei palazzi gentilizi a gloria di un centro storico, compatto nell’impianto urbanistico.
Ci sono stato di recente e mi è tenera memoria di un’alba bigia a plumbea conquista di vallata da una passeggiata-terrazza a scivolo di coltivi con il Terminio, implume di fresca nuvolaglia, a far da quinta.
I gerani a scialo di fioritura e a cattura di pallido sole liberavano grappoli di sorriso multicolore dalle prigioni  delle balconate, zebrati labirinti di bellezza. Complimenti al giovane sindaco e a tutta la compagine amministrativa per il gusto ed il decoro con cui esaltano il proprio territorio!
All’Auditorium del Palazzo Vescovile il cicaleccio allegro degli studenti s’è placato d’incanto ai primi versi. Miracolo del Festival della Poesia, frutto fecondo della intuizione feconda e della organizzazione sapiente di Peppino Iuliano e Paolo Saggese, intellettuali innervati con amore nelle tematiche della propria terra. L’argomento merita attenzione meditata e, di sicuro, lo riprenderò chiedendo cortese ospitalità a questa testata.
Il tema centrale del pomeriggio di dibattito era Rocco Scotellaro, figura-simbolo del Mezzogiorno d’Italia, nella prismaticità delle sue attività, pur nella brevità dell’esistenza. Ma i Grandi Spiriti, e Scotellaro lo era, lasciano segni di eternità, a prescindere da quanto e dove vivono. Quelli della mia generazione ne hanno subito il fascino ed interiorizzato, nel profondo, la lezione.
Ma i convegni, si sa, non sempre sono occasioni ideali per riflessioni appropriate o per mancanza di tempo o per eccesso di passionalità (limite, quest’ultimo, di cui sono spesso vittima).
E’ per questo che affido allo scritto una qualche considerazione sull’attualità di Rocco Scotellaro e sulla eredità del suo messaggio di poeta e di uomo politico.
Rocco fu un “testimone” del suo tempo e dei problemi, delle attese e delle speranze della sua gente. Tricarico, di cui fu giovanissimo sindaco socialista, e l’intera Basilicata salirono alla ribalta della cronaca nazionale e ne catalizzarono l’attenzione proprio per il suo impegno di intellettuale e di amministratore pubblico. E vibrò alto e forte il suo canto carico di speranza: ”Lungo il perire dei secoli/ l’alba è nuova, nuova!”
Scotellaro fu “ambasciatore” e non “esploratore” del mondo contadino.
L’ambasciatore si limita a  dare voce e a trascrivere fedelmente sensazioni, umori, passioni, rabbie,   speranze. L’esploratore se ne fa interprete, più o meno fedele, ma aggiungendovi quasi sempre considerazioni proprie ed alterandone, quindi, l’autenticità.
L’assalto ai latifondi, l’occupazione delle terre incolte fu una battaglia generosa che mobilitò l’intero Mezzogiorno d’Italia e si macchiò del sangue dei contadini di Melissa e Montescaglioso; e non solo. La Riforma Agraria fu  lo sbocco della vittoria sui cui meriti si scatenò la quasi rissa tra i partiti di massa della Sinistra (Comunisti e Socialisti). Vi mise il cappello la DC e ne gestì l’attuazione in senso moderato con il supporto operativo dei movimenti collaterali (Comitati Civici, Acli, Coldiretti). A distanza di anni si registrò il quasi fallimento per la mancanza di adeguata assistenza agli assegnatari quotisti (credito fondiario, qualificazione professionale, assistenza per la commercializzazione dei prodotti, ecc.).
E fu sepolta per sempre anche la convinzione dell’esistenza di una classe contadina, spesso mitizzata se non addirittura scimmiottata ed offesa dalla caricatura di qualche intellettuale di grido, che per il gusto della teatralizzazione e a caccia di visibilità si travestiva da contadino o da pastore nei pubblici convegni.
Scotellaro fu assertore del “meridionalismo della ragione”, rifiutando quello del lamento e dell’attesa messianica con gli occhi puntati sulle virtù taumaturgiche del salvatore di turno, condizione ideale, quest’ultima, per clientelismo, patrinaggio e conseguente corruzione.
Constatò, a proprie spese, che nella lotta per il riscatto e l’emancipazione il “ribellismo” non paga, anzi giustifica la reazione e la repressione con la paura della minaccia del sovvertimento dell’ordine  costituito e della civile convivenza.
La strada vera della rivoluzione possibile è il “riformismo” nella graduale e democratica conquista del potere politico come di quello economico in grado di assicurare un’equa distribuzione delle risorse e, conseguentemente, delle ricchezze.
Scotellaro ne fu un  esempio vivente con la fattività e la concretezza dell’Amministratore (realizzò scuole, strade ed ospedale in un breve lasso di tempo) con sullo sfondo la reazione rabbiosa all’agguato. Gli avversari dovettero montare un caso di peculato inesistente e gli riservarono la vergogna del carcere come compenso amaro a lotte generose.
Comunque la centralità della poesia, della ricerca sociologica, della narrativa, dell’impegno politico di Rocco Scotellaro fu e resta il mondo contadino con tutto il suo carico di problematiche ancora irrisolte, soprattutto nelle zone interne della provincia meridionale dove  resiste ancora una povera agricoltura di sussistenza.
Forse anche per questo, oltre che per ammirazione devota a Rocco, prevedo che “ci saranno tutti/ il giorno della verità: l’accetta disperata,/ le trincee degli alberi,/ l’urlo smorzato in gola al poliziotto,/ la rosa di sangue al petto del sindacalista,/ i  cocci di vetro al davanzale del latifondista./
E ci sarà la terra,/ creata da Dio,/ la terra,/ capo d’accusa”./

Giuseppe Liuccio




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